Arduino fu protagonista di primo piano non solo nella storia di Ivrea ma anche d'Italia. Egli si affacciò sulla scena eporediese nel 989, nel periodo ottoniano, in un clima di accese controversie tra feudatari laici ed ecclesiastici. Fu quello l'anno in cui gli venne affidata la Marca di Ivrea.
Istituita circa un secolo prima con Guido di Spoleto come vasto territorio comprendente le Contee di Pombia, Vercelli, Bulgària nel Ticinese, l'Ossola, la Lomellina ed il Piemonte meridionale fino al mar Ligure, la Marca di Ivrea all'epoca di Arduino si era ridimensionata e ridotta alle città episcopali di Ivrea, Vercelli, Pombia, Vercelli, Ossola, Bulgaria e Lomellina.
La figura di Arduino, a cui gli storici contemporanei dedicarono poche attenzioni, fu invece esaltata dagli studiosi ottocenteschi che ne fecero il difensore della dignità nazionale ed il precursore della monarchia unitaria. La figura di Varmondo, suo oppositore, fu altrettanto notevole ed incarnò un momento di straordinaria fioritura culturale nel panorama canavesano.
Come dignitario del regno, Arduino si schierò non solo contro gli imperatori tedeschi, gli Ottoni ed Enrico II, ma anche contro il potere vescovile, riscuotendo il consenso da parte di vasti strati della popolazione, come i feudatari, la nobiltà minore e le forze militari. Le ostilità delle forze clericali nei confronti di Arduino ebbero inizio nel 997, quando egli pose fine alla diatriba sulla paternità della Corte Caresana, nei pressi di Vercelli, ricorrendo alle armi. La scintilla si accese a seguito della donazione di tale corte da parte dell'imperatrice Adelaide ai canonici di Vercelli, sebbene appartenesse al territorio della Marca di Ivrea: di qui l'assedio e la morte del vescovo Pietro.
Arduino fu accusato di episcopicidio, scomunicato dal vescovo Varmondo e nel 999 processato per iniziativa di papa Silvestro II. Costretto a cedere il potere al figlio Ardicino, Arduino non si diede per vinto e nell'anno 1000, approfittando del rientro in Germania di Ottone III, si fece proclamare re d'Italia con l'appoggio della nobiltà. Seguì un alternarsi di momenti di prestigio con altri meno fausti. Dapprima Arduino fu infatti destituito da Ottone che, tornato in Italia assegnò Ivrea a Manfredi, marchese di Torino. Successivamente, morto Ottone, il partito tedesco cedette il passo ad Arduino che, il 15 febbraio 1002, si fece incoronare re d'Italia a Pavia. Malvisto dai vescovi e dal nuovo imperatore di Germania Enrico II, Arduino uscì perdente per il mancato appoggio dei feudatari per poi riprendere lo scettro fino al 1013. Si ritirò quindi nel Monastero di Fruttuaria a San Benigno canavese, dove morì nel dicembre del 1015.
In Canavese le memorie riconducibili al regno di Arduino sono numerose e radicate nell'immaginario collettivo come un momento di forte riscatto nazionale e di affermazione di sentimenti di libertà. Le sue spoglie riposano al Castello di Masino, mentre quelle del vescovo Varmondo sono conservate nella cattedrale di Ivrea.
Anche la figura di Varmondo lascia un'impronta indelebile in Ivrea e in Canavese. Fu probabilmente Varmondo il vescovo di Ivrea che partecipò al Sinodo di Milano nel 969. Nominato dall’imperatore alla sede di Ivrea, allora fra le più importanti d’Italia, - forse per essere stato anche avvocato e tesoriere di Ottone I – Varmondo si distinse per capacità e cultura, incrementando l'attività dello Studium e dello Scriptorium, del cui valore rende testimonianza la produzione dei Codici Varmondiani, capolavori di miniature ed illustrazioni artistiche del periodo ottoniano. Il più famoso è il "Sacramentarium Episcopi Warmundi", libro liturgico e politico insieme: non solo veniva utilizzato nei riti presieduti dal vescovo ma anche come strumento per omaggiare l'imperatore Ottone III, per il quale Varmondo parteggiava nello scontro con Arduino. Il richiamo all'obbedienza rivolto dal vescovo al futuro re d'Italia ci è testimoniato da una lettera recuperata dallo studioso ottocentesco Provana.
A Varmondo si deve anche il progetto di rinnovamento architettonico della Cattedrale di Ivrea che doveva rappresentare il simbolo della maestà di Cristo e dell'autorità del vescovo che la incarnava.