Lo stemma di una città, com’è noto, è un’immagine che può condensare in simboli e allegorie una storia anche illustre e risalente a molti secoli addietro: tale è certo il caso delle insegne araldiche di Chivasso.
Lo scudo civico è stato descritto in questi termini dallo studioso Umberto de Ferrari di Brignano (1945): “troncato: nel primo, di rosso alla chiave di argento, in palo, con gl’ingegni in alto, volti a destra; nel secondo, d’argento alla chiave di rosso pure in palo, con gli ingegni in alto rivolti a sinistra”.
I colori rosso e argento che vi compaiono sono un omaggio alla stirpe degli Aleramici, marchesi del Monferrato nonché signori di Chivasso dal 1164 al 1305, quando - con la morte di Giovanni I detto il Giusto - se ne estinse la linea maschile e del territorio monferrino furono investiti i Paleologi.
Le due chiavi sono - a quanto sostiene lo studioso Carlo Vittone (1904) - un’allusione al più antico protettore celeste della città: san Pietro apostolo, che ha infatti come principale attributo iconografico le due chiavi del Regno dei Cieli consegnategli dal Cristo stesso. Pietro era il titolare della prima chiesa collegiata di Chivasso, distrutta dagli invasori francesi nel 1542: sappiamo addirittura, grazie al Borla (1773), che le chiavi di questo antico edificio venivano imposte agli infermi e in specie agli ammalati di rabbia, al fine di ottenere la loro guarigione. Non dobbiamo, infine, dimenticare che il Principe degli Apostoli era anche il protettore dei poveri pescatori che si procacciavano da vivere lungo i fiumi intorno l’abitato.
La più antica attestazione dell’arme di Chivasso, nella forma precedentemente descritta, si trova nel frontespizio - ornato di decorazioni a silografia - d’un volume stampato nella cittadina l’anno 1533: si tratta di una consolidazione di diritto locale, compilata dal nobile Bernardino Siccardi e intitolata Iurium municipalium incliti oppidi seu burgi Clavassii [...] digesta collectio.