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Due vite per caso
23/07/2010  A cura di Carlotta Rizzi
Due vite per caso
Una serata di pioggia primaverile: il ventiquattrenne Matteo Carli (Lorenzo Balducci) guida la sua auto ad una velocità eccessiva e si ritrova a tamponarne un’altra che si scopre essere di due poliziotti in borghese, pronti a passare alle mani e a portare lui e l’amico Sandro in questura.
Da quel momento qualcosa si innesca nella sua testa, qualcosa che non lo fa più stare sereno, qualcosa molto simile alla rabbia, qualcosa che gli da la sensazione di non riuscire mai a concludere nulla. Nonostante la bella famiglia, la ragazza carina, gli amici.
Seconda versione: Matteo non tampona nessuno, lavora in un vivaio con uno stipendio misero, frequenta il solito pub, ha una ragazza, gli amici. Ma quell’insoddisfazione interiore si insinua comunque, senza che gli altri se ne accorgano.

Come già era capitato per il famoso Sliding doors di Peter Howitt (1998), nel quale la vita di Helen cambiava a seconda di riuscire a prendere o no la metropolitana, in questo film firmato da Alessandro Aronadio, al suo esordio alla regia, l’appuntamento con due destini diversi ha come protagonista il giovane Matteo.
Attorno a lui si innesca un sostrato di violenza e rancore che ci ricorda da vicino episodi come la morte di Carlo Giuliani, Gabriele Sandri o Filippo Racidi; episodi ben scolpiti nella nostra memoria su cui Aronadio non esprime giudizi ma per i quali è facile, anche inconsciamente, schierarsi.
A parte il contesto sociale a cui ci rimanda, la pellicola ha una sceneggiatura un po’ povera ed un ritmo talvolta eccessivamente lento, che sembra trovare vivacità solo nella parte iniziale ed in quella finale.
Ben recitato, con una pregevole fotografia di Mario Amura, il film non riesce però a convincere fino in fondo.
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