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Attualità - Banchette - 26/01/2012
Profughi del Ritz, lettera aperta ai Sindaci del Canavese: «Qualcosa si muove»
di Marco Campagnolo
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Quindici giorni fa una lettera aperta spedita da un gruppo di volontari ai Sindaci canavesani in merito ai profughi attualmente ospitati all’hotel Ritz di Banchette. E dopo due settimane com’è ora la situazione? «Qualcosa si muove – dichiara Giorgio Berutti, uno di coloro che quella missiva aveva firmato -, poco, ma non siamo più al fermo totale di due settimane fa».

Gli estensori del documento chiedevano ai Primi cittadini del territorio di farsi parte attiva per aiutare i profughi. persone giovani, uomini e donne, provenienti da paesi poveri dell’Africa e dell’Asia. Da anni lavoravano in Libia per mantenere se stessi e per mandare soldi alle proprie famiglie rimaste a casa. Sono fuggiti dal paese nord africano a causa della guerra civile e dei bombardamenti e attraversando il Mediterraneo, sono giunti in Italia.

Ormai praticamente scaduti i primi sei mesi dal loro arrivo nel nostro Paese, i profughi saranno nella situazione di poter legalmente lavorare. Potranno iniziare un inserimento vero nelle comunità locali e cominciare a uscire da questa «Irreale “situazione alberghiera”», come veniva definita dai volontari.

Da qui la richiesta ai Sindaci perché ognuno, per il proprio territorio e per le proprie possibilità, si adoperasse a indicare e attivare ogni possibile occasione di lavoro per i profughi, oltre ad aiutarli a trovare una soluzione abitativa reale.

«Da allora abbiamo avuto alcuni incontri con i Comuni, Banchette e quelli limitrofi, Ivrea compresa – racconta Berutti -. Abbiamo iniziato quindi ad affrontare i problemi. Sul tavolo due le questioni: da una parte il lavoro e la casa e dall’altro la possibilità di trovare una soluzione “politica” alla permanenza in Italia di queste persone».

La questione, infatti, è che molti di questi profughi rischiano di non vedersi approvare lo status di “rifugiato politico”, in quanto l’attuale normativa permette di attribuirlo a chi provieni da Paesi in guerra, o con altre situazioni che mettono in pericolo la vita o la liberà dei propri cittadini. «La maggioranza di questi profughi – ricorda però il volontario -, sono “solo“ transitati per un Paese in guerra, la Libia. Però in pratica non hanno possibilità di rientrare nei propri luoghi d’origine».

E quindi il rischio è che se queste persone non si vedranno accolte la domanda d’asilo, non avranno altra scelta che la clandestinità.

«Da vari Sindaci – spiega ancora Berutti - abbiamo iniziato ad avere qualche prospettiva per sistemare alcune persone in alloggi veri. Inizieremo presto a parlare con il Centro per l’Impiego per verificare possibilità di lavoro. Però serve anche che gli Enti Locali facciano opera di pressione politica a livello ministeriale: già in passato si erano fatte deroghe alle stringenti normative per l’asilo, dobbiamo provare a riottenerle».

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