Ho pianto quando mi hanno telefonato che Paolo era morto.
Non è stato solo un mio caro amico. Durante gli anni della guerra jugoslava, quando fui Presidente Nazionale dell'ICS, Consorzio Italiano di Solidarietà, fu il mio braccio destro, il mio “segretario”.
Con lui ho condiviso momenti difficili, di grande impegno, indimenticabili, a volte di profonda gioia.
Io e Paolo eravamo certamente pacifisti “atipici”, ma con grande convinzione partecipammo allo straordinario pacifismo degli anni 90, quello che si è poi definito del “fare”, cioè che non si limitava più alle sole prese di posizione e alle manifestazioni, ma interveniva nella guerra, per sostenervi le parti più colpite e deboli delle popolazioni coinvolte, e le componenti non nazionaliste, non violente, democratiche: un pacifismo politico, nella sua essenza.
Avrei sempre voluto che fosse lui a raccontare in pubblico tanti episodi del suo impegno. Ne parlava con discrezione, anche privatamente.
Paolo era, saggiamente, più prudente di me, e saggiamente aveva anche paura.
Eppure voglio ricordare almeno qualche situazione pericolosissima che ha dovuto affrontare: come quando portò via da Mostar tre giovani soldati, avversari nella guerra (i bosniaci Vahid e Aldin, il croata Marin), più la giovane croata Ines.
Nelle guerre, soprattutto quelle civili, le frontiere sono completamente insicure, nelle mani delle varie bande, così che, pur avendo in mano i permessi firmati dai due capi d'armata avversari, quello bosniaco e quello mussulmano, solo al secondo tentativo e con gravissimo rischio il passaggio riuscì. Così Paolo accompagnò ad Ivrea i “quattro ragazzi di Mostar”, il nostro più intenso progetto di solidarietà e di pace.
E fu anche tra i protagonisti di quella che fu una delle iniziative più significativamente politiche del movimento pacifista, quando un accordo trai i comandi militari bosniaci e croati.
Con la mediazione della Cooperazione Italiana di Spalato (Dott. Paolini) permise ad alcuni camion di raggiungere Mostar bosniaca assediata, mentre altri camion raggiungevano una analoga enclave croata anch'essa completamente isolata. E Paolo era sul camion dei francesi di “Equilibre”, le cui ruote sfioravano le mine appena distanziate per l'occasione e in Mostar fu mancato per poco dalle pallottole croate, già entrate in azione ancor prima dello scadere delle tre (!!) ore di tregua.
E poi, in quello che fu l'avamposto del movimento pacifista in Bosnia, l'Ufficio dell'ICS a Spalato, arredato ed attrezzato con le donazioni dell'Olivetti, Paolo fu un po' il “papà” di quella nidiata di giovani pacifisti, organizzando la struttura e la convivenza, come se fosse il suo reparto di fabbrica dell'Olivetti di Bugoino. E quei giovani pacifisti, diventati poi dirigenti di importanti strutture delle organizzazioni internazionali o anche studiosi e perfino registi importanti, non hanno mai dimenticato Paolo, di cui, ancora recentemente mi hanno chiesto notizie. Paolo amava molto i giovani ed era ricambiato.
Finisco con un ricordo più “leggero”, che certo Paolo non avrebbe mai raccontato in pubblico, ma che, sono sicuro, sarà stato certamente tra i suoi più cari:quando, in una notte magica di Roma, dopo l'ennesima riunione organizzativa e forse qualche “giveli” (cin cin) particolarmente abbondante, Paolo intrecciò una danza di estrema leggerezza ed eleganza(alla Fred Astaire) con Gordana, la bella profuga di Sarajevo, la cui foto, con il figlio Andrej in braccio, fatta in Sarajevo da un fotografo di guerra inglese, mentre con lo sguardo terrorizzato, vitreo, guardava verso la granata che stava arrivando, è stata una delle foto simbolo di quella guerra.
Paolo è sempre stato un pacifista “restato umano”.
Ciao Paolo!
Riposa in pace.Enrico Levati

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